martedì 26 novembre 2013

nuove

Eccomi nuovamente a scrivere sulle pagine del blog. Periodo di assenza dovuto ad un sacco di novità che in apparenza non si vedono, ma che in realtà mi hanno coinvolto e mi hanno anche abbastanza rivoluzionato.

La ricerca della felicità continua in modo molto fluido e non posso lamentarmi in nessun modo. Mi rendo conto quotidianamente che, alla fine, non è importante quante volte ripeti un gesto, ma come lo ripeti. Mi rendo conto che è fondamentale comprendere per usare e che è inutile ripetere per copiare. E’ un periodo in cui inizio a raccogliere i frutti di quanto seminato in precedenza. Sto scoprendo davvero come usare per trarre profitto.
Credo che questo sia un salto di qualità interessante.
Vorrei fermarmi a riflettere su questo proprio perché credo fortemente che la forma sia soltanto un modo di apprendere. Sono convinto (l’ho provato personalmente) che se si scoprisse la bellezza di questo l’apprendimento diventerebbe più semplice ed intuitivo creando una maggiore qualità della consapevolezza.
Si dice spesso che bisogna essere contenti di quanto si ha senza invidiare ciò che ci manca ed io aggiungo che se quanto abbiamo è di una qualità superiore non possiamo fare altro che essere ancora più contenti.
In questo modo la vita diventa allenamento quotidiano ed inconsapevole perché saremo orientati naturalmente verso ciò che abbiamo imparato a valutare come di buona qualità. L’allenamento non è più il momento, ma è la quotidianità. La vita diventa il nostro unico strumento di confronto e l’unico metro di paragone reale.
Non si deve immaginare cosa accadrà, ma stare in ascolto per muoversi di conseguenza non prima, né, tantomeno, dopo. Perché fasciarsi la testa prima di rompersela? Oppure perché rompersela ed essere costretti a fasciarsela? Non si può ascoltare cosa succede e magari evitare entrambe le situazioni?

martedì 5 novembre 2013

come essere

Una cosa che mi ha lasciato un po’ confuso in questi giorni è stata una frase che ho sentito pronunciare quattro giorni fa mentre ero in una sala d’attesa.

Due persone, probabilmente amici, parlavano di una vicenda accaduta ad una delle due quando il più anziano si è rivolto al proprio interlocutore dicendogli che quanto è successo è stato principalmente colpa sua in quanto avrebbe dovuto dimostrarsi più “cattivo”. Il sunto del suo lungo discorso è stato che per vivere a questo mondo bisogna imparare ad essere “cattivi”.
Lì per lì mi sembrava un discorso già sentito, poi, nell’attesa ho pensato un po’ e mi sono chiesto perché mai dovrei imparare ad essere una cosa che non sono.
Io vivo bene anche se mi comporto da “buono”.
Devo imparare ad urlare? Ad insultare?
Chi è il cattivo? Chi è il buono?